8 giugno 2004, Hotel Grancassa, ore 20.30

Intervista a Roul Bova di Anita Monti

 

foto della presentazione del film a Los Angeles

 

Mi trovo , senza troppa convinzione ad attendere , nella hall dell’albergo Raoul Bova .

Incertezze e insicurezze femminili fanno capolino nei pochi minuti di attesa, il tempo per illudersi che una scaletta possa essere strumento ineluttabile  per intervistare un idolo femminile.

Mi raggiunge senza concedere troppo tempo al  rimescolio e ai dubbi . Porta ancora gli abiti di scena. Pantaloni ampi , a righe , quasi informi, giacca da clown. Non mi soffermo piu’ di tanto sui particolari: è lo sguardo che cattura, non solo per l’incredibile colore degli occhi. Ha un’espressione assorta e stravolta al tempo stesso. Mi saluta gentilmente, mentre un gruppo di immancabili fans sbircia attraverso i vetri della porta d’ingresso. Si scusa, chiede di attendere. Si concede  alle foto e sorride senza spazientirsi, nonostante la stanchezza che pure traspare nel suo incedere e nel suo  sguardo che cede a malcelata inquietudine, a qualcosa che si sta svolgendo dentro il suo corpo e nella sua anima. Colgo dell’incompiuto.

Lo osservo attraverso i vetri e penso che sia avvolto da un’aura, in grado di annullare qualunque tentativo di snobismo. Dopo averlo visto muoversi con garbo e affabilità , senza mai sottrarsi  e mai svilirsi, ha smentito le mie aspettative. Da snob, appunto.

Ripenso a  come iniziare.

Rientra e finalmente  si lascia cadere sul divano,  poi, un attimo dopo, rannicchiandosi dentro gli abiti, si muove come a proteggere qualcosa.

Azzardo.

Sembra ti stia proteggendo:

In un certo senso si. Ma non da te. Sto proteggendo Fabrizio. Perché sono ancora con lui.

Rassicura. Gli occhi sono lucidi.

Fabrizio appunto, sembra essere  stata proprio dura.

Ed ora è difficile rientrare. Non riesco  a lasciarlo Fabrizio. Sto così bene in questi abiti. Guardo questi abiti  se penso che devo lasciarli. Non posso ancora. Me li sento ancora addosso. Tutto questo amore. ( Porta le mani alla testa, si rannicchia...) Sapessi, cosa è stato...

… Proteggi Fabrizio, ancora. Provo a rientrare in scaletta, ma poi decido di accompagnare i suoi racconti, le sue emozioni che ho il privilegio (penso alle fans!) di raccogliere e condividere. E’ molto provato.

…Un film difficile …

 

Un film incredibile, un’esperienza indimenticabile, totale. Fabrizio , i suoi genitori, la sua storia, la sua paura di amare, e poi di amare troppo , forse. Un soggetto bellissimo. Sono grato a tutti, ad Umberto Marino, a  Donatella, a Max. Mi hanno sostenuto. Senza di loro, senza ciascuna  delle persone che sono state qui,  non sentirei ciò che provo adesso.

Stringe le spalle, si copre il viso, mi guarda, come a chiedere comprensione,  sciorina come grane di rosario le sue emozioni, cercando le parole. Raoul è ancora Fabrizio. Scuote il capo, accompagna il ritmo interno con il pudore di uno sguardo incredulo. Uno stupore, quasi infantile, insegue  il racconto di turbini interiori non ancora sedati.

Ho appena concluso, non posso, non riesco, non voglio lasciare Fabrizio. Sai, questa storia mi ha fatto vivere la paura. Ho percepito la paura di guardare la vita senza la protezione  che mi ero creato… quanto contrasto... quanta impulsività. Le esperienze piu’  forti e piu ’ belle sono molto contrastate.

I genitori che non hanno mai accettato la sua malattia e  non lo hanno per questo aiutato ad amarsi e ad amare. Poi, invece ,lei….Questa forza cui si poteva aggrappare, ha la sicurezza di un moto interno molto forte. Mentre lui non ha mai capito l’amore, crede di non averlo esperito, si è reso glaciale…Per fuggire i mali, le ansie, che le regalano la paura di vivere le cose brutte…  

Hai incontrato la follia.

Una grande sensazione di appartenenza. Ora mi sento dentro Fabrizio,  un burattino stanco adesso, un burattino che si guarda dei posti vuoti, è come se fosse venuto ad assistere ad  uno spettacolo, una recita dall’alto, un personaggio che veniva dall’alto. Ora provo tale e  tanta tenerezza e una  sensazione di libertà, il  vivere a 360 gradi questa forma di follia e questo grazie a lei , mentre io improvvisavo, ancora  avevo il senso di colpa. Fabrizio mi ha fatto esplorare parti di me, mi ha denudato, messo alla prova in modo totale.

Piange.

Le fans, il luogo, la gente.

Pensare che a pochi chilometri da Roma vi siano luoghi come questi, ammantati dal silenzio, con ritmi lenti, umani..non me lo aspettavo. Io sono di Roccella Ionica. E poi le persone, a  Casalvieri, mi ha sconvolto, il silenzio, la capacità di accompagnare la storia, il dramma, le emozioni, ma soprattutto il  l silenzio.
Questa esperienza ha dentro anche queste cose, non solo perché fanno da sfondo..

Marino ha portato, magari,  con  sé nel film le sue immagini, i suoi ricordi che pure dicono della conoscenza di questi luoghi misti alle sue suggestioni di estati infantili , trascorse nella lentezza.

Ho percepito il silenzio, il rispetto sacrale... e poi lì al santuario. La storia sta ai luoghi e alle persone.

Ho avuto dimostrazioni di affetto, di vicinanza emotiva… Quella lettera, una ragazza mi ha scritto una lettera bellissima, ricordo lo sguardo, vorrei ringraziarla.

La tensione emotiva va pacificandosi. Ci raggiunge Enrico Serafini, costumista e scenografo.

Lui è stato incredibile: ha curato ogni particolare. Ma tutto è partito dal copione. Questo film ci ha colpito al cuore…

Diciamo che i vestiti gli sono calati dentro perché lui è calato negli abiti di Fabrizi, sottolinea  Serafini.

Sono stati straordinari, a partire da Marino, e lui è stato così bravo, sono stato fortunato.

Credo sia tempo  di andare. Serafini fa cenno a Luchino Visconti, a questa terra. Potremmo continuare ancora per molto. Mi alzo per congedarmi. Ringrazio.

 Raoul si avvicina, mi abbraccia, come una vecchia amica.  Mi sforzo di essere professionale.

Sono io che ringrazio te. Mi hai ascoltato. Avevo bisogno di parlare, di parlare a ruota libera.

Vado via a malincuore.  

Ringrazio Raoul Bova per aver voluto condividere le sue emozioni, e per avere mostrato, senza veli, l’anima scarnificata di un attore. Che sa  fare il suo mestiere. 

                                                                                                               

 

 

 

Intervista ad Umberto Marino  di Anita Monti

 

 “L’idea del film” spiega Umberto Marino, intervistato mentre si accingeva  a partire per Torino, dove ha girato alcune scene prima di trasferire il set a Casalvieri “ è nata da un articolo in cui si narrava la storia di due matti conosciutisi in un dipartimento di salute mentale a Roma, in cui lei si innamora di lui. I due finiscono per andare a vivere insieme.Tra alti e bassi modulati dai sentimenti contrastanti che caratterizzano la relazione dei due protagonisti.

 La storia è quella di due personaggi estremi, con sentimenti opposti. E’ il tentativo di narrazione cinematografica della dicotomia ricorrente, che non ha inizio né fine, propria delle  tragedie greche. Penso ad Antigone, per esempio, che tanto contrasta con l’anaffettività personificata da Creonte. La fiamma, ovvero la forza della passione e dell’affettività,  che tentano di aprire un varco nel gelo dell’anaffettività, dell’incapacità di amare. “

Due sentimenti contrastanti,  primordiali, in sintonia con l’ancestralità di questa terra. Per noi che in questa terra viviamo, essere visti  attraverso altri occhi, non può che incuriosire ed inquietare. E’ banale chiederti, perché Casalvieri?

“Casalvieri, come la Val Comino, sono per me il luogo della vacanza. Vengo qui da diciassette anni. Mia moglie ha la sua casa di famiglia in un vicolo antico  dove amo stare a guardare e ad ascoltare  gli schiamazzi estivi di quelli che ritornano.  anche a  Qui ho ascoltato la banda di Aldone: non so se lo hai conosciuto! Qui ho sentito passare la processione dei pellegrini di Roccasecca, lungo l’ultimo tratto del Tracciolino, diretti a Canneto, in una tersa e silenziosa notte estiva. In questo tempo ho imparato ad amare molto questa gente. L’’omaggio al luogo e  alle sue bellezze  è preminente.

 E poi è associato all’idea di andare in vacanza. Quando ero bambino si andava dalla nonna in campagna e si stava per lunghi mesi. Una volta era così. Questa terra è un po’ come un ritorno alla mia infanzia. E’ il prolungarsi di un sogno. E’ un luogo ovattato. Come lo sono i luoghi della nostalgia. Non puoi capire quanto ho scritto qui. Mi chiudo in casa in inverno, circondato da un’atmosfera surreale. Quanto allo scegliere questo luogo per realizzare alcune scene del film, che riguardano il ritorno del protagonista nella casa di origine, bé, devo dire che talvolta i luoghi si scelgono perché li conosci, ma non pensi subito di usarli. Non ti ispiri ad essi. Semplicemente nella trama che si snoda nella tua testa, a un certo punto inserisci anche quel luogo, perché lo conosci , perché è diventato parte di te”

La banda di Aldone, la processione. Nostalgia e religiosità. Sono tematiche da documentarista, da antropologo?

 “ In un certo senso lo sono. Aldone infatti  non c’è più: lo avevo ripreso alcuni anni fa mentre suonava nel vicolo. Ero considerato uno di loro. Parte delle serenate estive. Così sarà nel film. Come il santuario della Madonna di Canneto presso il  quale i protagonisti si recano per chiedere la grazia. Sai, io sono ateo, ma come tanti della mia generazione sono cresciuto con il ricordo della religiosità semplice della nonna, che credeva al  diavolo. E con il nonno comunista. Io guardo chi ha fede con lo stupore del bambino che non comprende, che è fuori, che sa che qualcosa di sacro unisce quei pellegrini. E questo stupore spero di saper cogliere con la cinepresa”.

Il senso del tempo, gli scarti temporali fra un fotogramma ed un altro, permettono , per dirla con Vittorio Ghiacci, di registrare avvenimenti, fatti, oggetti, persone preservandone l’immagine al di là del loro tempo. Così Aldone, i pellegrini, e tanti che non ci sono più entrano nella dilatazione del tempo immaginario. In un tempo senza tempo.  

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Casalvieri accoglie con entusiasmo, soddisfazione e commozione la menzione speciale attribuita al film “Vento di terra” del regista Vincenzo Marra dalla giuria della 61° mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

Dal  17 settembre il film sarà distribuito nelle sale. Presentato nella categoria fuori concorso,  “Orizzonti”, ha già registrato un grosso successo di pubblico.

Un anno fa, nella prima settimana di settembre, il regista autore tra l’altro del soggetto e della sceneggiatura, festeggiava a Casalvieri la fine delle riprese del film.

Nei giorni precedenti, tutto il paese aveva partecipato e collaborato attivamente al film. Molti casalvierani, loro malgrado, hanno scoperto di essere “artisticamente vocati”: alcuni sono stati scelti per interpretare se stessi all’interno di una trama, nella quale il nostro paese ha fatto da sfondo.

Le immagini del Tracciolino, del centro storico, e persino della Calcatina, sono state proiettate e viste in un contesto internazionale di altissimo livello.

Un clima di collaborazione e di interscambio si è subito instaurato tra la popolazione e i cineasti, fortemente sostenuto dall’Amministrazione del Sindaco  D’Angela.

Il film di Marra segna l’inizio di un’ attenzione e di un riconoscimento della nostra terra da parte del mondo della celluloide che ha saputo apprezzare le peculiarità dei nostri luoghi e della nostra gente.

 

“ Ho visitato paesi anche molto curati esteticamente, ma questo era quello giusto: l’atmosfera e la magia di questo luogo mi hanno molto colpito”, ha affermato Marra.

Tant’è che a distanza di pochi mesi, dopo la R.&C. produzione, la Albatros A.M.P. film ha prescelto il nostro comune, come sfondo di un nuovo film, “ La fiamma nel ghiaccio”,  diretto da Umberto Marino.

“ Casalvieri è il luogo in cui ritrovo il clima della mia infanzia, delle lunghe vacanze trascorse dalla nonna, in campagna. Qui conosco tutti e tutti mi conoscono” ha dichiarato Marino ad Anita Monti, che lo ha intervistato per il Messaggero e per La Provincia. Il suo film narra la storia di un ragazzo di Casalvieri, interpretato da Raul Bova, affiancato da Donatella Finocchiaro, Max Giusti e da attori nostrani. La sede Municipale ha accolto centinaia di aspiranti comparse giunte dall’intera provincia, e non solo, per partecipare alle selezioni.

Il film di Marino  parteciperà alla prestigiosa rassegna internazionale tedesca,  Berlin film Festival.

L’avventura cinematografica, intanto,  non è finita.

Si preannunciano piacevoli novità e sorprese che faranno di Casalvieri, di cui è originario il compianto Coluche,  il paese del cinema.

 

 

Note sul film 

Titolo: Vento di terra

Durata: 90 minuti

Genere: Drammatico

Data d’uscita: 17 settembre 2004

Regia: Vincenzo Marra

Interpreti: Vincenzo Pacilli, Vincenza Modica, Francesco Giuffrida, Edoardo Melone

Produzione: Tilde Corsi e Gianni Romoli

 

E’ trascorso un anno dall’ultimo ciak.

 

Gli ultimi giorni di una torrida estate protrattasi sino all’arrivo dell’equinozio autunnale. Il caldo e l’afa hanno accompagnato le riprese del film “Vento di terra” diretto da Vincenzo Marra.

Settembre avanza e accompagna le ultime partenze di quelli che ogni anno tornano a casa cadenzando anche il tempo di quelli che restano. Questa immagine colpisce Vincenzo Marra. “Ho visto quelli con la valigia. Mi colpiscono sempre quelli che, ovunque si trovino, in qualunque parte del mondo essi siano, qualunque sia il successo o l’insuccesso che hanno avuto nella vita,  hanno bisogno di tornare a casa, di ritrovarsi. Anche in questo film è narrato. In fondo noi compiamo gesta, partiamo per cercare, per scoprire, ma poi abbiamo bisogno di tornare. Anche Enzo lotta per tornare con il suo bottino, costituito da prove, iniziazioni che ne faranno un uomo. Uno che ce la fa a riscattarsi e a riscattare la sua famiglia. Che è a  casa ad attendere”.

Il tema del ritorno sembra inseguire ossessivamente il regista. Con “Tornando a casa “ , Venezia lo aveva premiato, riconoscendogli il talento, lanciandolo tra quelli che nel cinema hanno saputo apportare un contributo originale, una personalissima visione del mondo e delle cose.

Malgrado la giovane età, Marra sembra aver raggiunto una sua maturità artistica che il riconoscimento di quest’anno, non solo della giuria, ma del pubblico che ha accolto  con entusiasmo il suo lavoro, ha confermato. Un forte realismo, misto a nostalgia, che è appunto il ritorno alle origini, contrassegna i suoi film. Come non poteva incontrare questo spirito la nostra terra.

Ce lo conferma, nella lunga intervista concessa in esclusiva in una pausa definitiva e liberatoria, nel silenzio protetto da  tra quattro mura. Dopo essere stato preceduto da un andirivieni ovattato di direttori di produzione, collaboratrici,  tecnici che ora tirano il fiato. Il  film è concluso. È’ stato faticoso.

Abbiamo festeggiato. Una gran bella festa” esordisce Vincenzo Marra lasciandosi scivolare in una poltrona” Poi i dubbi ti assalgono sempre. Credo di aver fatto un buon lavoro. Ho narrato una storia vera. Sono affascinato dalle storie vere. Anche se solo un filo sottile separa la realtà dalla finzione. E’ la nostra mente che permette di giocare sulle sfumature, sui toni, sui colori, sulle ombre e sulla luce. E’ il modo in cui le immagini sono filtrate dalla nostra testa. Il cinema offre questo meravigliosa opportunità: quella di guardarci al di fuori. Solo che ci permette di poter guardare le immagini all’infinito, oppure di fermarle. O ancora di poterle esasperare.Talvolta  esasperi la realtà oppure provi ad ovattarla , racchiudendola in immagini che tu stesso puoi costruire seguendo le tue proiezioni. E questa è la magia del cinema. ”.

Nonostante la stanchezza evidente e la tensione trattenuta per troppo tempo, si concede alle considerazioni e accetta con garbo di rispondere alle nostre curiosità.

“ Sono affascinato dal tema del ritorno. E’ presente in tutti miei lavori anche quelli precedenti a Tornado a casa. Quello è l’apoteosi del ritorno. Reso in immagini che necessariamente racchiudano la nostalgia e al tempo stesso sappiano avvicinarsi alle cose, dove l’impianto visivo, sappia racchiudere immagini affinché riacquistino il loro significato espressivo, siano cioè eloquenti e risolutive. Racchiudano la magia dei sentimenti , senza alterare la realtà”.

Si fanno considerazioni sul nostro tempo, sul travaglio e l’inquietudine che sono trangenerazionali. Lo confermano la giovane età: Marra ha poco più di trentanni.

Non ama le definizioni, i luoghi comuni. Il suo è un cinema impegnato.

“ Il mio interesse è soprattutto centrato sull’uomo, sulle sue difficoltà. Sono napoletano.  Napoli è una città difficile. Impossibile non vederti saltare agli occhi talune condizioni umane che denunciano mali sociali antichi. Eppure in ogni condizione, anche la peggiore, c’è possibilità di riscatto. In questo film ho voluto affrontare questo tema, nella sua cruda realtà costituita da una quotidianità faticosa dinanzi alla quale il protagonista non si arrende. Come quelli che ho visto partire con la valigia, da Casalvieri, oggi pomeriggio, in un rituale di andate e ritorni che contrassegna la vita di ogni uomo ieri come in futuro. Anch’io adesso ho voglia di tornare a casa”

 

(I brani in corsivo sono frammenti dell’intervista concessa in esclusiva alla giornalista Anita Monti, il 6 settembre 2003, a Casalvieri).