19 dicembre 2002

IL LINGUAGGIO DELLA MUSICALezione concerto con musicisti di musica etnica

Alessandro Parente - organetto diatonico; Marco Iamele - zampogna; Antonella Costanzo – voce, tamburelli, tammorre e castagnette; Daniela Evangelista – danza; Benedetto Vecchio – voce e chitarra battente. Presentazione dimostrativa degli strumenti usati nella musica popolare. Esempi di elaborazioni musicali. Concerto finale dei musicisti con la presenza di Alessandro D’Alessandro, Elisa Di Bello, Carlo Di Traglia e Giuseppe Di Bello (organetti), Ivan Murro (chitarra e voce), Leopoldo Testa (mandolino), Gianfranco Molle (chitarra e voce) e Alessandro Cristino (organetto).

 

 

  • Alessandro Parente (organetto diatonico) direttore della Piccola Orchestra La Viola, vive a Coreno Ausonio e insegna lo strumento in vari paesi (San Giorgio, Coreno, Subiaco, Esperia, Formia, Roma ecc.). Numerose le sue partecipazioni con vari artisti di valenza nazionale. Compone la maggior parte delle musiche della P.O.L.V. Per ulteriori informazioni www.alessandroparente.it

 

 

L’organetto è un aerofono ad ancia libera e nasce in Austria intorno al 1824 per mano di Cyrill Demian, costruttore di organi e pianoforti a Vienna. Si chiama diatonico perchè usa i tasti della scala diatonica in cui è accordato: ogni tasto produce due note, una in apertura, l’altra in chiusura di mantice.

La fisarmonica, figlia dell’o., nasce qualche anno dopo proponendo tutta la scala cromatica come nel pianoforte.

Oggi l’organetto si è evoluto; partendo dal “du botte” (a due bassi) si è arrivati al 18 bassi, fino ad avere anche la scala cromatica che ne arricchisce le capacità armonica e melodica.

Stasera non sono solo a presentare questo strumento. Ho portato con me un suonatore di organetto che, insieme ad altri suonatori, mi ha spinto a studiare questo strumento. E’ grazie a loro se oggi mi trovo a dedicare tutto il mio tempo all’insegnamento di questa piccola “scatola del vento” e a dirigere un gruppo di giovani musicisti chiamato Piccola Orchestra La Viola. Alessandro Cristino, che suonerà alcuni pezzi della nostra tradizione, rappresenta tutti quelli che la cui vita è stata scandita  dal suono di questo strumento. Tra questi ricordo anche mio zio Vincenzo detto Colavrè, si dice di origini calabresi, che accompagnava  suonando e cantando nelle feste paesane, sia in situazioni festose, che in quelli tristi e malinconiche legate ai racconti accanto al camino.

 

(Alessandro Cristino suona una ballarella tradizionale) (scarica il file in mp3)

 

L’organetto, su a Coreno Ausonio, dove io sono nato e vivo, era usato durante il lavoro. Mi racconta mia madre che allora  il suonatore aveva il compito di accompagnare con la musica le giornate durante la mietitura del grano. Erano altri tempi.

 

Alessandro che oggi è qui, ha un altro grandissimo merito: nel 1960 ha pensato:“perché l’organetto deve suonare da solo?”. E così allora ha fondato il gruppo “Quelli del ‘60” formato da 12 elementi che suonano degli strumenti particolari, alcuni fatti con le loro mani, e che si esibiscono accompagnando danze e balli di qualche tempo fa.

  

Nel gruppo Alessandro non suona l’organetto ma dirige. Di tanto in tanto usa un flauto che lui stesso ha costruito, e che funziona anche da bacchetta.

 

Ora Alessandro vi presenta un ballo che a Coreno è chiamano “La maschera”.

 

 

(Alessandro Cristino suona “La maschera”) (scarica il file in mp3)

 

Un altro particolare è che l’organetto, nei tempi passati, veniva usato anche per accompagnare la voce.

Mio zio Colavré, da cui ho appreso le prime note,  mi ha raccontato che quando era innamorato di mia zia (sorella di  mia madre) e mio nonno non voleva che si imparentasse con la nostra famiglia e gli vietava di vedere quella che poi sarebbe diventata sua moglie, lui allora passava sotto casa suonando, per avvertire la sua innamorata della sua presenza, e facendo intanto finta di andare più lontano a trovare i suoi amici. Si fermava invece due-trecento metri più avanti. Quando vedeva che alla finestra si accendeva un lume, segno  che i genitori della sua bella si erano addormentati, si avvicinava in silenzio  alla finestra così da dialogare con mia zia.

Quelli erano i contatti che si avevano un tempo, ed era straordinario che  quello che poteva dire lo si esprimesse attraverso l’organetto e il canto.

Ora concludiamo con un’altra ballarella. La ballarella non è altro che un misto tra saltarello (in 6/8) e tarantella (in 12/8).

 

(Alessandro Cristino suona una ballarella)  (scarica il file in mp3)

 

  • Marco Iamele – giovanissimo suonatore di zampogna (15 anni), vive a Sant’Elia Fiumerapido. Ha avuto come maestri i celebri Pietro Ricci e Gianni Perilli. Ora suona nella Piccola Orchestra La Viola. Il suo strumento e’ una derivazione della zampogna modificata, arricchita da altre note proprio per consentire il suo inserimento nell’orchestra, e che viene chiamata zampogna melodica.

 

Buonasera a tutti. Sono Marco Iamele e suono la zampogna che, come si può vedere, e’ uno strumento molto particolare. E’ formato da una sacca detta otre in cui si soffia l’aria tramite un soffietto e quest’aria viene raccolta in un ceppo dove si riuniscono una o piu’ canne che all’estremità hanno un ancia, cioe’ un dispositivo semplice o doppio che e’ formato da linguette che vengono messe in vibrazione e che producono il suono.

La zampogna è uno strumento molto antico. Infatti si pensa che fosse nato prima di Romani e fu adottato da questi. Si pensa che furono proprio loro  a diffonderlo in tutte le parti del mondo. Abbiamo così la cornamusa  scozzese, francese e galiziana. Si pensa addirittura che possa essere nata qui da queste parti, per la precisione a Valle Grande, e che  venisse usata dai pastori durante i loro percorsi. E’ nel medioevo che si e’ sicuri di strumenti come la zampogna; essa veniva suonata dagli aedi che giravano di corte in corte raccontando storie. In ogni paese dove questo strumento veniva suonato, esso aveva un’evoluzione in relazione al tipo di musica che veniva eseguita. Infatti in Scozia la cornamusa si è modificata secondo le leggi della musica celtica mentre qui in Italia veniva usata per i canti di Natale, per le pastorali ed anche per i saltarelli, le ballarelle ecc.

La zampogna ciociara oggi si divide in due tipologie. Della prima  abbiamo la zampogna tradizionale che è quella che viene suonata ancora dagli zampognari di casa in casa a Natale per la Novena (nei  nove giorni precedenti la Natività) che racconta la nascita di Gesù. Queste novene iniziavano sempre con una parte lenta che si accompagnava con la ciaramella ed il canto, poi andavano a finire con un  saltarello o con parti veloci.

 

(Marco Iamele suona La Novena - tradiz.)   (scarica il file in mp3)

 

Il secondo tipo è la zampogna modificata. Questa zampogna che ho io, oltre che ad avere i due accordi di quella tradizionale, può fare fino a 18 accordi.

Con questa modificata si possono fare degli accordi prima impensabili e quindi delle nuove armonie. La zampogna, modificata in questo modo, ne ha tratto dei vantaggi. Può  infatti eseguire brani che escono dal proprio ambito sposandosi con altri generi musicali.

 (Marco Iamele suona “Natale internazionale” di Pietro Ricci)

 

  • Antonella Costanzo – vive a Roma. E’ diplomata in canto e conta numerose collaborazioni con artisti di fama. Adesso fa parte della Piccola Orchestra La Viola di cui è la voce. Suona il tamburello e le nacchere.

 

Il canto, chiaramente, è molto legato alla parola. Con esso  si trasmettono non solo quelle che sono le proprie tradizioni musicali, ma anche quella che è la propria lingua.

Se parliamo del fenomeno dell’emigrazione avvenuta dalla fine del 1800, pensiamo a  quanto importante sia stato il canto. Esso contribuì a mantenere vivo il ricordo delle proprie origini ai tanti cheandarono a cercar fortuna. All’inizio si poteva parlare di emigrazione periodica: dopo un certo periodo si tornava poi a casa. Poi l’emigrazione divenne stabile e ciò comportò l’obbligo di imparare un’altra lingua col rischio di dimenticare la propria. Il canto era un legame forte con il paese di origine e quindi con la propria cultura. La gente si ritrovava nelle case per cantare insieme, e fare in modo di non dimenticare quelle che erano le proprie radici. Quindi il canto diventava come un’ancora; il canto aiutava proprio a tenere viva la propria lingua.  

Attraverso il canto si potevano esprimere le proprie sensazioni, le proprie emozioni: canto che serviva ad esprimere amore, tristezza, gioia, vita. Per esempio la ninna nanna costituiva un momento importante per le donne in quanto attraverso di essa riuscivano ad esprimere liberamente quello che pensavano. Era uno dei pochi momenti in cui potevano tirar fuori la propria rabbia, la propria tristezza senza per questo subire delle ritorsioni.

Il canto popolare, inoltre, è stato sempre un incredibile veicolo di cultura. Per un lungo periodo storico, in cui l’analfabetismo era imperante e l’alfabetizzazione si limitava quasi sempre alla terza elementare, il poter trasmettere di bocca in bocca, di memoria in memoria, storie e sentimenti era molte più facile che farlo per via scritta.

 

(Antonella canta accompagnata da  Alessandro Parente “Curri” di A. Parente) 

 Ci sono stati dei personaggi importanti che si sono dedicati alla ricerca di questo materiale, come per esempio il De Martino, ma anche musicisti come quelli della Nuova Compagnia di Canto Popolare ed Eugenio Bennato. L’importante  non è solo cercarlo ma anche farlo proprio e riproporlo.

 (Antonella canta “Quando nascisti tune” tradiz.)   (scarica il file in mp3)

 Il Tamburello.

Il tamburello, strumento ritmico, è considerato uno degli strumenti più antichi nella storia della musica. Questo invece è un tamburello basco come viene chiamato in gergo musicale per la presenza di cembali. Il tamburello è in genere lo strumento che accompagna il canto popolare. Ha un diametro dai 35 ai 60 cm ed è fatto di legno e pelle di pecora o capra. Questo è fatto con pelle sintetica, che gli da un suono più presente e una maggiore resistenza. Quelli in pelle vera soffrono l’umidità e non sono consigliabili per un uso all’aperto. Si impugna con la mano sinistra e si percuote con la destra per gli uomini, in modo inverso per le donne. Anticamente lo suonavano soprattutto le donne anche perché si diceva che lo strumento era propiziatorio di fertilità. Può accompagnare saltarelli, tarantelle e ora vi daremo dimostrazione di quanto detto.

 

(Antonella con gli altri musicisti suonano un salterello)   (scarica il file in mp3)

 

 

  • Daniela Evangelista vive a Roma. Insegna danza popolare. Ha al suo attivo numerose partecipazioni in tutta Europa.

 

Per la nascita della danza non c’è data. E’ stata sempre veicolo di trasmissione di emozioni. Sia le persone a Corte che quelle che facevano parte  della plebe hanno sempre ballato. Hanno sempre cercato di manifestare i loro pensieri, le loro tragedie fino ai giorni nostri con la danza contemporanea esternando tutte le proprie emozioni attraverso il movimento del corpo. Per quanto riguarda la danza italiana si può parlare di tre grandi zone. Nel Nord vengono ballate le danze che rientrano nel gruppo delle monfrine (dal nome del Monferrato). Al Centro c’è la grande famiglia dei saltarelli, per arrivare poi al Sud con le tarantelle. Naturalmente non esiste una sola monfrina, un saltarello ed una tarantella. Ogni paese ha una sua particolarità, magari nella gestualità delle braccia, ma ogni differenza anche minima ha una sua importanza per l’abitante del posto. Quello che ho proposto poco fa è un saltarello di Amatrice. che viene ballato tuttora. Se voi andate ad Amatrice troverete persone, anche giovani di 14-15 anni, che ballano questo saltarello.

Per il ballo, ancor meno che per la musica, non c’è niente di  scritto. Tutto è stato tramandato per via orale.

Il saltarello di Amatrice, piccolo paese della provincia di Rieti, viene ballato anche nei paesi limitrofi per un raggio di 20 km ed ha delle somiglianze con quello abruzzese, essendo stata Amatrice della provincia dell’Aquila fino al 1927. E’ uno dei saltarelli più tipici perché rappresenta in pieno tutta la famiglia dei saltarelli. C’è anche il saltarello romagnolo ma si balla a tre a tre ed è più codificato ed assomiglia per questo alla contraddanza proprio perché più schematico. La caratteristica più evidente in quello amatriciano è la presenza di un passo strusciato (mostra il passo). Si lavora più di piedi, il busto resta quasi sempre fermo. E’ un ballo che si balla a coppie, non più di un minuto, un minuto e mezzo per volta perché è molto faticoso. Si fa a turno ballando al centro del cerchio e poi si ritorna al proprio posto.

Scendendo più a sud troviamo la tarantella. Il suo nome fa pensare subito alla città di Taranto e ai tarantolati. A noi quella più conosciuta è quella di Napoli. La tarantella, come il saltarello, veniva già ballata nell’antica Grecia. Si pensa che il termine tarantella derivi da un’antica danza chiamata “scintide” di cui si trovano testimonianze anche ad Ercolano in una stanza chiamata “la stanza nera” dove un affresco mostra i passi della tarantella con dei nani che ballano. Altri dicono invece che essa proviene dal ballo maltese, che a Napoli veniva chiamato “ballo di spessonia”, che a sua volta aveva origine nei balli moreschi che rappresentano le battaglie fra i mori e i turchi.

Anche per la tarantella ce ne sono diversi tipi: la tarantella di Montemarano, la tarantella calabrese, quella del Gargano ecc. La tarantella di Montemarano (paese dell’avellinese) ancora oggi viene ballata nel periodo del carnevale che dura una settimana in più che altrove. Quello di Montemarano è ovviamente un carnevale povero, senza pubblicità e senza tv, però un carnevale nostro. La tarantella che viene ballata, a differenza di quella del Gargano e di quella calabrese, in maniera processionale, anziché nel cerchio a coppie: a Montemarano si balla a coppie in fila e si va in giro per tutto il paese accompagnandosi con le nacchere.

 

(Accompagnata da tutti Daniela balla la montemaranese)

 

 

 

  • Benedetto Vecchio – vive a Roccasecca. Voce del Progetto Musicanti del Basso Lazio, suona la chitarra battente e la chitarra francese. Compone i pezzi di ispirazione popolare che esegue con il suo gruppo. Numerose le partecipazioni con artisti di fama nazionale.

 

Parliamo dello  strumento che mi ha fatto innamorare della musica tradizionale. Qualche anno fa, ascoltando la Nuova Compagnia di Canto Popolare, ho sentito per la prima volta la chitarra battente, strumento dalle magiche sonorità capace di rapirti completamente. Questa chitarra è appartenuta alla tradizione campana nel XVIII e XIX secolo, ma le origini però sembrano essere altre e cioè quelle del filone delle chitarre storiche come la barocca e la spagnola. Nel tempo, poi, sono avvenute delle modifiche ad opera dei liutai italiani fino a trasformarle da strumento a pizzico a strumento ritmico, da cui l’appellativo “battente”.

Ci sono delle aree dove essa non ha mai smesso di suonare, e grazie ai loro musicisti è stato possibile tramandarne, di generazione in generazione, l’uso. Un’area è quella del Foggiano dove ci sono i quasi centenari Andrea Sacco e Antonio Maccarone (I cantori di Carpino) grandi suonatori della tarantella del Gargano ed i  giovani  come Roberto Menonna (nipote dello stesso Sacco) che proseguono la tradizione e propongono una sua evoluzione.

Ci sono poi le aree del  Cilento e della Calabria dove la c. b. veniva utilizzata per suonare gli stornelli, che quasi come delle nenie o cantilene, riuscivano a raccontare il disagio della gente comune del nostro Sud, ed il suo suono magico aveva il potere di evocare fantasie e visioni delle valli fiorite ed assolate del Meridione.

Abbiamo ancora degli ottimi liutai che proseguono la tradizione e riforniscono i novelli strumentisti: a Praiano (Sa) ha la sua bottega  Pasquale Scala, mentre a Bisignano (Cs) ci sono i fratelli Vincenzo e Costantino De Bonis, artigiani tanto perfezionisti  da creare dei modelli di incredibile leggerezza e fattura.

Oggi molti musicisti tentano di inserirla in contesti diversi da quelli tradizionali, come del resto facciamo noi del Progetto MBL che non l’abbiamo nella nostra tradizione come invece l’organetto e la zampogna. L’esperimento di coinvolgerla in nuovi stili  è comunque da considerarsi positivo e di questo noi siamo molto soddisfatti.

Tecnicamente si può dire che la sua cordiera è formata da 5 corde doppie di pari spessore (0,20). L’accordatura permette di usare le 4 corde della parte bassa per gli accordi, mentre quelle della parte alta si suonano a vuoto creando il cosiddetto bordone. Si può altresì suonare come vengono suonate le normali chitarre acustiche, ma senza il mi basso.

(Benedetto con Ivan Murro esegue "Quanne nascette ninno" e "Pacenza nenna mia")